Ninfea, simbolo della rinascita consapevole

Essere un po’ ninfee, ecco cosa ci rappresenta.

La ninfea è una pianta acquatica, spesso confusa col fior di loto, con il quale condivide l’aver radici che affondano nel fango. Il loto è un tipo di ninfea. La ninfea ha foglie a forma di cuore e il fiore che galleggia sull’acqua o di poco sopra la superficie dell’acqua. Il loto ha foglie tonde, a forma di coppa e idrorepellenti, che insieme al fiore svettano alti sopra la superficie dell’acqua. Il nocciolo da cui nascono entrambi è duro e sembra che si radichi nel fango proprio attraverso le spaccature che lo scalfiscono trascinato nel fango. E già da questo non stupisce che queste caratteristiche abbiano colpito maestri spirituali, filosofi e psicologi e che abbiano rappresentato simboli e metafore.

Sono fiori che sbocciano dai primi di maggio fino alla fine di settembre, un tempo che ci riguarda e a cui stiamo attribuendo un particolare significato. Fiori che si aprono durante il giorno, dopo aver preso un paio d’ore di sole, e si richiudono alla sera. Ogni fiore si chiude per affondare nell’acqua, ma all’alba risale sull’acqua sporca, intatto e senza impurità, grazie alla disposizione dei suoi petali a alla loro forma di spirale.

Periodo questo di ripresa, e per alcuni il desiderio che ripresa porti alla “rinascita”.

Effettivamente le leggende sulle ninfee e i fiori di loto sono tante. Ne scelgo volutamente due; la prima si riferisce alla leggenda della mitologia greca (il nome nymphaea deriva dal termine greco nymphé) narra la storia di una ninfa, dea delle acque, che fu trasformata in fiore dopo essere morta di gelosia per Ettore. In un’altra versione si narra la storia di una ninfa di cui si innamorò il Sole, che scese dal cielo per incontrarla. Sentendosi insicura e inadeguata decise di scendere sul fondo del lago per prendere dell’oro e mostrarlo al sole, ma il tesoro era così pesante che sprofondò lasciando visibili solo le mani, che continuano ad aprirsi col sorgere del sole. Così la ninfa si trasformò nel fiore acquatico, dalla foglia a forma di un cuore, e i fiori bianchi che all’interno avevano lo stesso splendore dell’oro.

Simbolo di candore, amore non corrisposto, purezza. La consapevolezza delle proprie vulnerabilità.

Le radici di questo fiore affondano nel fango di lagune e laghi. E dal fango sboccia questo fiore stupendo sulla superficie dell’acqua.

Per questo la ninfea è un fiore a cui spesso faccio riferimento. E metaforicamente intreccio narrazioni nelle sedute di psicoterapia. Ognuno di noi si porta del fango dentro ed è proprio dalle parti che rappresentano il nostro fango, che rappresentano le nostre parti ombra, quelle che non ci piacciono e che fatichiamo a riconoscere e ad attribuirgli comunque un significato, proprio da queste nascerà il fiore che saremo. Perché il processo di individuazione è dato dall’integrazione delle parti, tutte le parti di noi che ci appartengono. Ricordandoci che dal fango, in cui affondano le nostre radici, nascerà il nostro fiore, e come la ninfea, molto resistente. La ninfea come simbolo del trionfo della perseveranza di fronte alle situazioni avverse. La nostra capacità di trasformare le avversità in nuove potenzialità. E così ritroviamo il termine “resilienza“, che con flessibilità rappresenta la capacità delle persone di resistere alle difficoltà dei momenti di dolore emotivo. Quindi la metafora delle ninfee si riferisce alla nostra capacità di essere flessibili al dolore e trasformarlo in persistenza, padronanza, autocontrollo e serenità. Metafora della vita e delle avversità che affrontiamo ogni giorno, imparando a cambiare la situazione senza opporci a ciò che ci è capitato: solo così riusciremo a trasformare la difficoltà in occasione di nuove possibilità.

La ninfea simboleggia l’alba e questo periodo è una nuova alba per noi. Potremo imparare a vivere e a dimorare nella casa delle possibilità, perché questo ci radica nel presente e ci farà essere consapevoli degli infiniti punti di svolta che il presente ci offrirà.

E forse come una ninfea possiamo rinascere ogni giorno ed affrontare le difficoltà, anche se le acque ci sembrano stagnanti, e aprirci al nuovo con il tesoro della nostra esperienza.

Anche in questa primavera, dopo i mesi di lockdown, la natura ha continuato a sbocciare con libertà, e forse dovremmo ispirarci a questo senso di libertà e alla virtù che scopriremo di avere in un momento di grande difficoltà, perché questo è per tutti un momento di difficoltà. Ricordandoci che solo con la fragilità e la timidezza delle anime nude, di cui ho parlato nel post precedente, affondando le nostre radici nel fango, potremo fiorire come le ninfee.

Sempre in linea con queste riflessioni mi piace ricordare una frase di Elisabeth Kubler Ross, una psichiatra svizzera che ha vissuto la sua vita a Chicago e che ha lavorato a lungo con pazienti malati e terminali, famosa per il suo modello a cinque fasi sulle dinamiche di elaborazione della malattia, diventato poi un modello per tanti psicoterapeuti di elaborazione del lutto affettivo e delle perdite in generale: negazione-rifiuto, rabbia, contrattazione-patteggiamento, depressione e accettazione.

La sua frase a cui mi riferisco è questa: “Le persone più belle che ho incontrato sono quelle che hanno conosciuto la sconfitta, la sofferenza, la lotta, la perdita e hanno trovato il loro modo di risalire dalle profondità”.

Proprio come la ninfea che potremo essere.

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